
Le domande frequenti sul buddhismo e sul Dharma
Cliccate sui titoli per approfondire l'argomento specifico:
- Chi è il Buddha?
- Cosa sono i Tre Gioielli?
- Qual'è l'essenza degli insegnamenti del Buddha?
- Perchè ci sono tante tradizioni Buddhiste?
- Quali sono le varie tradizioni Buddhiste?
- Qual'è il significato delle immagini nell'arte del tantra?
- Qual'è il proposito di recitare i mantra?
- Chi è Buddha Shakyamuni?
- Cosa significano i vari titoli della tradizione Mahayana? (ad esempio- Geshe, Rinpoce, Lama, Venerabile)
- La questione Shugden: consiglio di Sua Santità il Dalai Lama al riguardo.
*La maggior parte di queste domande e risposte sono estratte da “The ABC of Buddhism” e “I Wonder Why”, copyright Ven. Thubten Chodron, trovabili sul sito Internet dell'Amitabha Buddhist Center.
Chi è il Buddha?
Ci sono molti modi per descrivere chi è il Buddha, in relazione ai vari livelli di comprensione. Queste varie interpretazioni traggono origine dagli insegnamenti del Buddha stesso.
Un modo, ad esempio, è quello di descrivere il Buddha storico, che visse 2.500 anni fa, come un essere umano che purificò la sua mente da tutte le oscurazioni e sviluppò tutte le sue qualità eccellenti. Chiunque sia in grado di fare questo viene considerato un Buddha. Infatti non è che ce ne sia uno solo, di Buddha ce ne sono molti.
Un altro modo, invece, è quello di apprendere un Buddha o una divinità buddhista particolare come una mente onnisciente che si manifesta in un certa forma fisica per poter comunicare con noi.
Un altro ancora, è di vedere il Buddha – o qualsiasi delle divinità illuminate buddhiste – come l'apparenza del futuro Buddha che noi stessi diventeremo quando avremo perfettamente e totalmente completato il sentiero che purifica la mente dalle oscurazioni e che sviluppa tutti i nostri potenziali.
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Cosa sono i Tre Gioielli?
I Tre Gioielli sono il Buddha, il Dharma e il Sangha. Il Buddha è colui che ha purificato tutte le oscurazioni della mente, le oscurazioni afflittive e le oscurazioni alla conoscenza, e che ha sviluppato tutte le qualità eccellenti, quali un amore e una compassione imparziale, la saggezza che conosce tutti i fenomeni e i mezzi abili per guidare gli altri.
Il Dharma rappresenta le misure preventive che ci tengono lontani dai problemi e dalle sofferenze. Ciò include gli insegnamenti del Buddha che mostrano il sentiero per ottenere le cessazioni – l'eliminazione definitiva e irreversibile delle oscurazioni afflittive e delle oscurazioni alla conoscenza, assieme alle loro impronte, dalla propria mente -, e per attualizzare le qualità eccellenti dello stato di buddha, la perfetta e completa illuminazione.
Il Sangha sono quegli esseri che hanno una percezione diretta non concettuale della vacuità, o verità ultima. A un livello convenzionale, il Sangha si riferisce anche alle persone ordinate che mettono in pratica gli insegnamenti del Buddha.
Il Dharma è il nostro vero rifugio, la medicina che prendiamo per curare le nostre afflizioni assieme alle loro cause. Il Buddha è come il dottore, che diagnostica correttamente le cause dei nostri problemi e ci prescrive la medicina idonea. Nell'assisterci nella nostra pratica, il Sangha è simile all'infermiere che ci aiuta a prendere la medicina.
Prendere rifugio significa affidarsi con tutto il cuore ai Tre Gioielli affinché ci ispirino e guidino a seguire una direzione costruttiva e benefica nella nostra vita. Prendere rifugio non significa rimanere nascosti passivamente sotto la protezione di Buddha, Dharma e Sangha, ma è un processo attivo in cui noi stessi ci impegniamo a migliorare la qualità della nostra vita seguendo la direzione che i Tre Gioielli ci mostrano.
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Qual'è l'essenza degli insegnamenti del Buddha?
In breve, l'essenza è di evitare di danneggiare gli altri e di aiutarli il più possibile. Un altro modo per esprimere questo è: “Abbandonare le azioni negative. Creare le virtù perfette. Sottomettere la propria mente. Questo è l'insegnamento del Buddha”. Abbandonando le azioni negative (uccidere, rubare, avere una condotta sessuale scorretta; mentire, dire parole divisive, parole aspre, parole prive di senso; avere brama, desiderio di arrecare danno e visioni errate) e le afflizioni distruttive (l'attaccamento, l'avversione, l'ignoranza, ecc.), ci asteniamo dal danneggiare noi stessi e gli altri. Creando le virtù perfette, invece, sviluppiamo una attitudine di beneficio, come l'amore equanime e la compassione, ecc., e agiamo motivati da questi pensieri. Sottomettendo la nostra mente, tagliamo via tutte le proiezioni false, e quindi rendiamo noi stessi calmi e pacifici avendo compreso la realtà ultima dei fenomeni.
L'essenza degli insegnamenti del Buddha è contenuta anche nei tre principi del sentiero: l'emersione definitiva, la mente dell'illuminazione e la saggezza che realizza la vacuità. All'inizio, cerchiamo di emergere definitivamente dalla confusione dei nostri problemi e dalle cause di questi. Poi, vediamo che anche gli altri hanno problemi e quindi, con amore e compassione, impegniamo la nostra mente per poter diventare un Buddha, al fine di essere in grado di aiutare gli altri nel modo migliore. Per fare questo, sviluppiamo la saggezza che comprende la reale natura di noi stessi e dei fenomeni.
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Perchè ci sono tante tradizioni Buddhiste?
Il Buddha diede una ampia varietà di insegnamenti perché gli esseri senzienti – chiunque abbia una mente che non sia un buddha, includendo quindi anche gli esseri in altri reami di esistenza- hanno differenti attitudini, inclinazioni e interessi. Il Buddha non pretese mai che fossimo tutti della stessa pasta, e perciò diede molti insegnamenti e descrisse vari modi di praticare, in modo che ognuno di noi potesse trovare qualcosa di idoneo per il proprio livello mentale e per la propria personalità.
Con abilità e compassione nel guidare gli altri, il Buddha girò la Ruota del Dharma tre volte, ogni volta presentando un sistema filosofico differente per poter incontrare le varie disposizioni degli esseri senzienti. L'essenza di tutti questi insegnamenti è però la stessa: il desiderio di emergere definitivamente dal ciclo dei costanti problemi ricorrenti (il samsara), la compassione per gli altri e la saggezza che realizza la mancanza del sé.
Non tutti amano lo stesso tipo di cibo: ad esempio, quando siamo davanti a un grande buffet, scegliamo solo i piatti che ci piacciono, e non è che ci devono piacere tutti i piatti per forza! Tuttavia, anche se avessimo una preferenza per i dolci, ciò non vorrebbe dire che i piatti salati non sarebbero buoni e che dovrebbero essere gettati!
Allo stesso modo, potremmo preferire un certo tipo di approccio agli insegnamenti: Theravada, Pure Land, Zen, Vajrayana, e così via. Siamo liberi di scegliere l'approccio che più si adatta a noi e con il quale ci sentiamo più a nostro agio. D'altra parte possiamo mantenere una mente aperta e rispettare le altre tradizioni. Con lo svilupparsi della nostra mente, potremmo anche arrivare a comprendere elementi di altre tradizioni che non avevamo capito in passato.
In breve, è bene praticare qualsiasi cosa sia utile e ci aiuti ad avere una vita migliore, e qualsiasi cosa invece non siamo ancora in grado di comprendere di metterla da parte senza rifiutarla.
Sebbene ci possa essere una particolare tradizione che sentiamo più adatta alla nostra personalità, non ci dobbiamo identificare in un modo concreto con essa, affermando: “Io sono un Mahayanista, tu sei un Theravadin”, oppure “Io sono un Buddhista, tu sei un Cristiano”. È importante ricordarsi che siamo tutti esseri senzienti che cercano la felicità e che vogliono realizzare la verità, e che ciascuno di noi ha bisogno di trovare un metodo che sia idoneo alla personale predisposizione.
Avere una mente aperta a differenti approcci non significa tuttavia mischiare tutto assieme in modo casuale, facendo della nostra pratica un minestrone. Non mischiate nella stessa sessione di meditazione tecniche meditative di differenti tradizioni; in una sessione è necessario applicare una sola tecnica alla volta. Se prendiamo un po' da una tecnica e un po' da un'altra, senza nemmeno comprenderne una davvero bene e le mischiamo, potremmo finire con il diventare confusi.
D'altra parte, un insegnamento enfatizzato in una tradizione può arricchire la nostra comprensione e la pratica di un'altra.
Infine, è consigliabile fare la stessa meditazione tutti i giorni. Se un giorno facciamo la meditazione sul respiro, il giorno dopo cantiamo i nomi del Buddha e il terzo giorno facciamo una meditazione analitica, non faremo progressi in nessuna di queste perché non c'è continuità nella pratica.
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Quali sono le varie tradizioni Buddhiste?
In generale, ci sono due divisioni: Theravada e Mahayana.
Il lignaggio Theravada (la Tradizione degli Anziani), che si basa sui sutra in lingua pali, si diffuse dall'India allo Sri Lanka, alla Thailandia, alla Birmania, ecc. Questo lignaggio enfatizza la meditazione sul respiro per sviluppare la concentrazione, e la meditazione sulla consapevolezza di corpo, sensazioni, mente e fenomeni per sviluppare saggezza.
La tradizione Mahayana (Grande Veicolo), che si basa sulle scritture in lingua sanscrita, si diffuse dall'India alla Cina, il Tibet, il Giappone, Corea, Vietnam, ecc. Sebbene nella pratica Theravada l'amore e la compassione siano fattori essenziali e importanti, nel Mahayana sono enfatizzati in un modo ancora più vasto.
All'interno del Mahayana, ci sono diverse tradizioni: i 'Terra Pura' (Pure Land) che pongono l'enfasi sul cantare il nome di Buddha Amitabha con il proposito di rinascere nella sua terra pura; gli Zen, che enfatizzano la meditazione che elimina la mente rumorosa e concettuale; i Vajrayana (Veicolo Adamantino) che utilizzano la meditazione su una deità con lo scopo di trasformare il corpo e la mente contaminati nel corpo e nella mente incontaminati di un Buddha.
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Qual'è il significato delle immagini nell'arte del tantra?
Il Vajrayana ha molto a che fare con la trasformazione, quindi è ampiamente usato il simbolismo. Ci sono delle rappresentazioni di alcune divinità che sono manifestazioni del Buddha che esprimono desiderio o ira.
Le immagini sessuali non sono da prendere alla lettera, come per le apparenze di questo mondo. Nel Vajrayana, le deità che sono in unione sessuale rappresentano l'unione del metodo e della saggezza, i due aspetti del sentiero, che sono entrambi da sviluppare per poter ottenere l'illuminazione completa.
Le divinità irate non sono dei mostri che vogliono spaventarci. La loro ira è contro l'ignoranza e l'egoismo, che sono i nostri veri nemici. Queste immagini, una volta comprese bene, mostrano come desiderio e rabbia possono essere trasformati e perciò soggiogati. Hanno un significato profondo, ben lontano dalla lussuria e dalla rabbia ordinarie. Non dovremmo quindi mal interpretarli.
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Qual'è il proposito di recitare i mantra?
I mantra sono delle sillabe prescritte per proteggere la mente. Ciò da cui vogliamo proteggere la nostra mente sono attaccamento, avversione, ignoranza e così via. Quando è combinata con i quattro poteri opponenti, la recitazione del mantra è molto efficace per purificare le impronte karmiche negative nel nostro continuum mentale. Mentre recitiamo i mantra dovremmo anche pensare e visualizzare con mente benevola, in modo da poter così costruire delle abitudini positive nella nostra mente.
Nella pratica Vajrayana, i mantra sono recitati in sanscrito piuttosto che tradotti nella propria lingua. La ragione di ciò è perché c'è una speciale energia o vibrazione benefica indotta dal suono delle sillabe. Mentre si recitano i mantra, possiamo concentrarci sul suono che producono, o sul loro significato, oppure possiamo unire la recitazione alle visualizzazioni che il nostro maestro ci ha insegnato.
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Chi è Buddha Shakyamuni?
Buddha, Shakyamuni, il fondatore storico del Buddhismo, non poté più trattenere a lungo la spinta a voler ricercare una soluzione rispetto ai quattro tipi di sofferenza: nascita, invecchiamento, malattia e morte.
Nato in India circa 2500 anni fa, era il figlio di Shuddhodana, il re dei Shakya, una piccola tribù il cui regno era dislocato a Sud dei piedi dell'Himalaya, in quello che ora è il Nepal centrale a quindici miglia da Kapilavastu. La parte 'Shakya' del nome Shakyamuni deriva quindi dal nome della sua tribù, mentre la parte 'muni' significa santo. Il suo cognome era Gautama (Muccha Migliore) e il suo nome era Siddhartha (Scopo Ottenuto).
Sette giorni dopo la sua nascita, sua madre Maya morì ed egli fu cresciuto dalla sorella più giovane della madre, Mahaprajapati. La morte della madre ebbe una grande influenza sul delicato giovane, che in seguito divenne molto perplesso rispetto alla questione della morte. Suo padre si prese molta cura del suo figlio dall'indole introspettiva e dalle maniere calme, e gli diede un addestramento speciale in letteratura e in arti marziali.
Da ragazzo, Shakyamuni fu deliberatamente protetto dalle svariate realtà della vita, essendo stato allevato in mezzo ai piaceri del palazzo reale. Per la sua famiglia era naturale aspettarsi che egli sarebbe diventato il capo della sua tribù, succedendo al padre.
Sebbene la sua famiglia aveva queste aspettative su di lui, Shakyamuni era estremamente introspettivo e calmo come ragazzo, possedendo un senso sottile di giustizia e ricercando risposte in merito alle perplessità dell'esistenza. Si dice che da giovane egli si avventurò fuori dalle cinta del palazzo per un certo numero di occasioni in cui, ogni volta, si confrontò con le sofferenze della vita. In una di queste occasioni si imbatté con un uomo molto anziano. In un'altra occasione incontrò un uomo molto ammalato, gracile e bruciante dalla febbre. In un altro giro ancora egli si impressionò quando incontrò un monaco (bhikshu) errabondo che aveva rinunciato al mondo per condurre una vita austera in cerca dell'illuminazione spirituale. E ancora, in un'ulteriore occasione vide un uomo morto per la strada. Queste avvenimenti sono raccontati nelle scritture buddhiste come 'i quattro incontri'. Si dice che egli fu molto commosso difronte a queste sofferenze umane.
Conoscendo le tendenze di suo figlio verso un'introspezione profonda e vedendo il suo desiderio di un sentiero spirituale, suo padre cercò di tenerlo lontano dalla vita esterna tenendolo circoscritto nei confini del palazzo e della sua terra. Il matrimonio sembrò il modo per dissuadere il giovane principe nel seguire una vita ascetica, quindi all'età di sedici anni il giovane principe sposò la bella Yashodhara, la quale gli diede un figlio, Rahula.
Con la nascita del figlio, Shakyamuni non poté più reprimere il risoluto desiderio di abbandonare la vita mondana e allontanarsi per ricercare una soluzione alle quattro inevitabili sofferenze di nascita, vecchiaia, malattia e morte.
Siddhartha quindi rinunciò alla vita da laico e al suo stato principesco all'età di circa diciannove anni e iniziò a vivere una esistenza religiosa. Avendo lasciato il palazzo dei Shakya a Kapilavastu egli viaggiò verso Rajagriha, la capitale del regno di Magadha, dove studiò con vari asceti; tuttavia, dopo aver seguito le loro discipline, egli non trovò ancora le risposte alle sue domande. Lasciò Rajagriha e proseguì lungo la riva del fiume Nairanjana vicino al villaggio di Uruvilva, dove iniziò a praticare varie austerità in compagnia di altri asceti. Egli sottopose se stesso a discipline di estrema severità, sorpassando gli sforzi dei suoi compagni, per cercare di raggiungere la liberazione attraverso la auto-mortificazione, ma dopo sei anni egli rigettò anche queste pratiche. Per riprendere le forze dopo aver digiunato per così tanto tempo, egli accettò del latte che gli venne offerto da Sujata, una ragazza del villaggio. Quindi, vicino alla città di Gaya, egli sedette sotto un albero di pipal ed entrò in meditazione, e ottenne l'illuminazione all'età di trent'anni. L'albero del pipal in seguito venne chiamato l'albero della bodhi perché Shakyamuni ottenne la “bodhi” o illuminazione sotto quell'albero, e da allora il posto stesso fu chiamato Bodhgaya.
Dopo il suo risveglio, Shakyamuni rimase per una settimana a fissare l'albero della Bodhi senza battere ciglio, gioendo della sua emancipazione. Poi contemplò come avrebbe potuto comunicare al mondo la sua realizzazione, e si dice che si chiese se avrebbe dovuto o no insegnare agli altri ciò che aveva ottenuto. Alla fine si impegnò a insegnare, in modo che la via della liberazione dalle sofferenze di nascita e morte fosse aperta a tutte le persone.
Prima si diresse nel Parco dei Cervi a Varanasi, dove insegnò le “Quattro Nobili Verità” a cinque asceti, che un tempo erano stati i suoi compagni. Per più di cinquanta anni, dal momento del suo risveglio fino alla sua morte, Shakyamuni continuò a viaggiare in molti posti dell'India diffondendo i suoi insegnamenti. Durante la sua vita, i suoi insegnamenti si diffusero non solo nell'India centrale, ma anche in aree più remote, e furono convertite al Buddhismo persone di ogni classe sociale.
All'età di ottant'anni, Shakyamuni lasciò il corpo. L'anno prima della sua morte egli risiedeva a Gridhrakuta (Picco dell'Aquila) a Rajagriha. Partì per il suo ultimo viaggio da Gridhrakuta procedendo in direzione nord attraverso il fiume Gange verso Vaishali. Egli passò la stagione delle piogge a Beluva, un villaggio vicino a Vaishali. Lì si ammalò gravemente, ma guarì e continuò a insegnare in molti villaggi. Alla fine arrivò in un posto chiamato Pava in Malla. Lì nuovamente si ammalò dopo aver mangiato del cibo. Nonostante il suo dolore, egli continuò il suo viaggio fino a che non raggiunse Kushinagara. In quel luogo, su un cespuglio di alberi sala, egli si adagiò tranquillo e disse le sue ultime parole. Ammonì i suoi discepoli dicendo: "Non dovete pensare che le parole del vostro maestro siano finite e che siete stati lasciati senza un maestro. Gli insegnamenti e i precetti che vi ho insegnato saranno i vostri maestri”. Si dice che le sue ultime parole finali siano state: “La decadenza è intrinseca in tutti i fenomeni composti. Lavorate per la vostra salvezza con diligenza”.
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Cosa significano i vari titoli della tradizione Mahayana? (ad esempio- Geshe, Rinpoce, Lama, Venerabile)
Citazioni tratte da Kendall Magnussen, Servizio Educazione FPMT:
"Ghesce" si riferisce a un certo livello di addestramento monastico e filosofico. È un titolo che è tradizionalmente ricevuto dopo circa 25 anni di studi intensivi a tempo pieno presso uno dei grandi monasteri. È simile a quello che si ottiene con un livello di studi e risultati di un “Ph.D”, sebbene sia molto di più di questo.
Ci sono anche livelli diversi di Ghesce: ad esempio un “Ghesce Lharampa" è qualcuno che si è diplomato con grandi onori e che eccelleva tra gli studenti della sua classe. Principalmente è un titolo che si riferisce alla più alta erudizione e grado di addestramento nei testi filosofici buddhisti.
"Rinpoce" significa prezioso e si riferisce a coloro che nella vita precedente hanno ottenuto un tale alto grado di padronanza da non dover più prendere rinascita. Tuttavia, per via della compassione verso gli altri, questi esseri prendono nuovamente rinascita per la forza delle loro preghiere – prendendo un forma umana – con lo scopo di insegnare agli altri. Sono quindi detti preziosi perché ritornano per mostrare a noi come ottenere il loro medesimo risultato.
"Venerabile" è un termine per coloro che sono ordinati. Qualsiasi monaco o monaca è appellato venerabile. È semplicemente un termine di rispetto per coloro che hanno scelto una vita monastica e hanno preso su se stessi la responsabilità di preservare gli insegnamenti in questo modo.
"Lama" significa letteralmente dalle qualità pesanti. È un titolo che implica che la persona, che è il referente di questo titolo, ha dimostrato le qualità spirituali e la capacità di guidare gli altri nella vita spirituale e nel sentiero. Ci sono delle tradizioni buddhiste tibetane dove uno può 'guadagnarsi' il titolo di Lama dopo aver completato un certo numero di studi e di ritiri. In altre tradizioni, uno deve meritarsi questo titolo solo dopo aver dimostrato le proprie qualità negli anni – oppure perché si è stati riconosciuti chiaramente come Rinpoce e quindi si ・un Lama per definizione!
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La questione Shugden: consiglio di Sua Santità il Dalai Lama al riguardo.
A seguito di lunghe e accurate indagini, Sua Santità il Dalai Lama scoraggia fortemente i buddhisti tibetani dal propiziare lo spirito irato noto come Dolgyal (Shugden).
Nonostante abbia egli stesso praticato la propiziazione di Dolgyal, Sua Santità ha abbandonato tale pratica nel 1975, dopo aver scoperto i profondi problemi storici, sociali e religiosi ad essa associati.
Sua Santità ha preso una tale decisione con la piena conoscenza e il sostegno del suo tutore junior, il precedente Kyabje Trichang Rinpoce, tramite il quale Sua Santità entrò in contatto con tale pratica per la prima volta.
Anche nelle scuole Sakya e Gelug - le tradizioni buddhiste tibetane cui appartiene la maggior parte di tali praticanti - la propiziazione di questo spirito è stata controversa lungo tutto il suo percorso storico.
Indagini storiche rivelano che la pratica di Dolgyal, che ha forti connotazioni settarie, ha una storia di contributi a un clima di disarmonia settaria in varie parti del Tibet e tra varie comunità tibetane. Per questo, dal 1975 in poi, Sua Santità ha regolarmente reso pubblica la sua visione di questa pratica come sconsigliabile, sulla base di tre ragioni:
1. Il pericolo che il buddhismo tibetano degeneri in una forma di culto degli spiriti. Il buddhismo tibetano si è originariamente sviluppato da una tradizione antica e autentica proveniente dalla grande università monastica di Nalanda, una tradizione che Sua Santità spesso descrive come una forma completa di buddhismo. E' una forma che manifesta gli insegnamenti originari del Buddha, così come si sono sviluppati tramite il profondo discernimento filosofico, psicologico e spirituale di eminenti Maestri buddhisti, come Nagarjuna, Asanga, Vasubandhu e Dharmakirti. Da quando il grande filosofo e logico Shantarakshita, nell'VIII secolo, fu il tramite che stabilì il buddhismo in Tibet nelle sue prime basi, gli interrogativi filosofici e l'analisi critica sono sempre stati caratteristiche rilevanti del buddhismo tibetano.
Il problema della pratica di Dolgyal è che presenta lo spirito Dolgyal (Shugden) come protettore del Dharma e, quel che più conta, tende a promuovere questo spirito come più importante dello stesso Buddha. Se questa tendenza continuerà incontrollata e persone ingenue resteranno sedotte da pratiche di culto di questo tipo, il pericolo è che la ricca tradizione del buddhismo tibetano possa degenerare in una mera propiziazione di spiriti.
2. Ostacoli all'emergere di un genuino non-settarismo. Sua Santità ha spesso affermato che uno dei suoi più importanti impegni è la promozione di comprensione e armonia interreligiose. Come aspetto di questo sforzo, Sua Santità si dedica a incoraggiare il non-settarismo in tutte le scuole di buddhismo tibetano. In questo comportamento Sua Santità segue l'esempio dei suoi predecessori, specialmente il Quinto e il Tredicesimo Dalai Lama. L'approccio non-settario non solo arricchisce reciprocamente le varie scuole, ma è anche la miglior salvaguardia contro il sorgere di un settarismo che può avere conseguenze disastrose per l'intera tradizione tibetana. Dato il riconosciuto collegamento tra il culto di Dolgyal e il settarismo, questa specifica pratica resta un ostacolo fondamentale alla promozione di un genuino non-settarismo nella tradizione buddhista tibetana.
3. Particolarmente inopportuna in relazione al benessere della società tibetana. Propiziare Dolgyal è particolarmente preoccupante, date le attuali circostanze difficili del popolo tibetano. Ricerche testuali e storiche dimostrano che lo spirito Dolgyal scaturì dalle ostilità verso il grande, Quinto Dalai Lama e il suo governo. Il Quinto Dalai Lama, che assunse la guida spirituale e temporale del Tibet nel XVII secolo, denunciò personalmente Dolgyal come uno spirito malefico nato da intenzioni fuorvianti e deleterio al benessere delle persone in generale e dei governi guidati dai Dalai Lama in particolare.
Anche il Tredicesimo Dalai Lama e altri rispettabili maestri spirituali tibetani si sono fortemente pronunciati contro questa pratica. Per questo, nell'attuale contesto tibetano, dove l'unità del popolo tibetano è di vitale importanza, non è opportuno impegnarsi in questa controversa e divisiva pratica propiziatoria.
Sua Santità ha raccomandato ai suoi seguaci di considerare attentamente i problemi della pratica di Dolgyal sulla base di queste tre ragioni, e di agire di conseguenza. Egli ha affermato che, in quanto leader buddhista con una particolare relazione con il popolo tibetano, è sua responsabilità pronunciarsi contro le dannose conseguenze del culto di questo spirito.
Se il suo consiglio sarà seguito o meno, Sua Santità lo ha detto chiaramente, è una decisione personale. Tuttavia, dal momento che Sua Santità sente fortemente quanto sia negativa questa pratica, egli ha chiesto a coloro che continuano a propiziare Dolgyal di non presentarsi ai suoi insegnamenti religiosi formali, che tradizionalmente richiedono lo stabilirsi di una relazione Maestro-discepolo.
(Traduzione dal sito ufficiale di Sua Santità il XIV Dalai Lama)
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